Ritagli di giornale

 

"Corriere del Ticino", luned́ 16 febbraio 2004

 

Il celebre tastierista degli Yes ospite d'eccezione sabato notte sul palco del Garage Music di Castione

"Gli anni '70 ? Ogni giorno un'avventura"

Rick Wakeman e la musica: una "love story" che non conosce fine

"Ci sono stati due strumenti, oltre al piano, che dal punto di vista di un tastierista hanno influenzato la musica moderna. Il primo è l'organo Hammond, l'altro è il sintetizzatore Moog". Parla con passione Rick Wakeman. Il mago delle tastiere, da oltre trent'anni sulle scene, non ha perso un grammo del suo amore per la musica. Alto, massiccio, con i suoi capelli biondo platino, il tastierista degli Yes nella mattina di sabato è a Castelgrande a Bellinzona, ospite di una informale conferenza stampa in vista del concerto che di lì a poche ore lo vedrà ospite d'eccezione di una specialissima "Hammond Night", organizzata al Garage Music di Castione per celebrare i settant'anni dell'organo rock per eccellenza e per aiutare con il ricavato la fondazione creata a memoria di Flavia Bertozzi. Uno scambio di chiacchiere dove Wakeman rivela che la sua simpatia e la sua disponibilità sono pari allo sfrenato virtuosismo a cui ha legato indissolubilmente il suo nome.
"Quando ero ragazzino, se suonavi le tastiere conoscevi l'organo Hammond - continua il 55enne musicista britannico -. Ma era così costoso che potevi solo sognare di essere in grado di permettertene uno un giorno. Da giovane suonavo in una piccola band e il nostro batterista lavorava per una compagnia che distribuiva gli Hammond. Un giorno mi disse: "devo andare in un grande teatro, dove fanno un sacco di concerti. Lì hanno una grossa band e devo controllare il loro Hammond, ti va di venire?". Ovviamente ho detto sì. Era il 1966. Così andammo, salimmo sul palco e lui mi disse "vai, puoi suonarlo". Fu fantastico. A un certo punto però sentii una voce tonante che diceva "cosa stai facendo dietro al mio organo?". Era il leader della band del posto. Io non sapevo cosa rispondere. Intervenne il mio amico: "È venuto con me per controllare l'organo". "Quanti anni hai?", mi chiese il tizio. E io "17". "E hai già un lavoro come tecnico degli organi?". Ero spaventatissimo. C'erano diversi spartiti lì in giro. Lui ne prese uno e me lo buttò davanti. "Suona questo". Lo feci. "E adesso suona questo", continuò buttandomene un altro. "Ok", fece alla fine "Adesso sei nella mia band. Cominci venerdì"".
Da allora Wakeman non si è più fermato e la musica ha sempre contraddistinto la sua vita. Di tutto le esperienze legate a quest'ambito la più importante e conosciuta è quella degli Yes. Wakeman vi entrò nel 71, due anni dopo l'uscita del primo disco del gruppo, firmando alcuni fra i capitoli più grandi della storia di una delle rock band che meglio ha saputo coniugare tecnica, spirito, ricerca e canzoni. Capitoli che portano i nomi di album come Close to the Edge, Fragile o The Yes Album. Tant'è che il biondo Rick, nonostante sia entrato e uscito spessissimo delle fila del gruppo principe del progressive rock, è considerato comunque "Il" tastierista della band. Alla vigilia della reunion che, in occasione del 35 anno dal debutto, lo vedrà nuovamente riunirsi a Jon Anderson, Chris Squire, Steve Howe e Alan White per un tour mondiale, è doveroso chiedergli come definisce il suo rapporto con gli Yes.
"Richard Burton ed Elisabeth Taylor - risponde ridendo Wakeman - La band è Elisabeth Taylor e io sono Richard Burton. Scherzi a parte, abbiamo un buon rapporto. In realtà credo di essermene andato sul serio solo due volte. Ho lasciato dopo Tales of Topografic Ocean perché l'album non mi piaceva. E poi lasciai negli Anni Novanta perché il gruppo era un casino. Gli Yes sono una strana band. Anche quando non sei con loro continui farne parte. Non la lasci mai. Qualcuno mi ha detto che quando io me ne vado e arriva un altro tastierista, tutto quello che fa è tenermi calda la sedia".
Oltre agli Yes però, Wakeman ha avuto altre carriere. In studio ha prestato il suo talento ad artisti come Bowie (Space Oddity), Black Sabbath, Cat Stevens (che tra l'altro sta cercando di convincere a tornare alla musica) e molti, molti, altri. Come solista poi, la sua produzione è smisurata, con decine e decine di album dai generi più disparati. "La ragione per cui è importante avere una carriera solista - spiega Wakeman -, non è legata al successo che può portare. Il fatto è che talvolta si scrive della musica non adatta al gruppo in cui si suona. Allora che si fa, la si butta alle ortiche? No. Quando scrivi della musica la vuoi usare comunque. Così è importante avere degli sbocchi esterni. Penso che questo faccia bene a un un gruppo, che aiuti il gruppo a rimanere unito, perché certe volte la gente se ne va da una band perché non gli è stata data la possibilità di fare altra musica".
Nel mondo sonoro di Wakeman c'è spazio per abilità tecnica, sperimentazione, melodia, voglia di suonare dal vivo. E anche per paradossali situazioni... filosofiche. "L'autore non può mai sentire il suo brano per la prima volta - spiega -. Può ascoltare roba di altri per la prima volta. Io posso sentire roba dei Pink Floyd, dei Jethro Tull, dei Muse o degli Air per la prima volta, ma non quello che compongo io. È piuttosto interessante. E strano. Certe volte scrivi un brano musicale e pensi "questo sì che è fantastico" e il pezzo in questione non viene mai menzionato da nessuno! E al contrario ti capita di scrivere qualcosa che non ti sembra nulla di speciale e che invece il pubblico trova grandioso. Ti faccio un esempio. Negli Anni Ottanta ho fatto un album intitolato Time Machine e lì dentro c'è un brano che s'intitola Ice. Continuo a pensare tuttora che sia uno dei migliori pezzi che abbia mai inciso: non ho mai sentito nessuno che l'abbia menzionato (ride)!. Alla fine della giornata il punto è che puoi creare qualcosa, ma non hai la scelta finale sul giudizio della gente".
Verità immutabili in un mondo musicale che invece nel corso dell'ultra trentennale carriera di Wakeman di cambiamenti ne ha visti eccome. "Quando ho cominciato, negli Anni Sessanta-Settanta - racconta -, chiunque fosse nel business musicale, dal promoter all'agente, era lì perché amava la musica. Ora i promoter e gli agenti non sono appassionati ma uomini d'affari. Non dico che non ci debbano essere gli affari, ma l'industria musicale dovrebbe avere al suo interno gente che ama la musica. La cosa fantastica ai vecchi tempi è che allora ogni cosa era un'avventura. Arrivavamo a suonare negli stadi del ghiaccio dove nessuno aveva mai tenuto un concerto e mancava il palco: lo si costruiva! Tutto era eccitante. Ho fatto un concerto agli inizi degli Anni Settanta a Buenos Aires e non c'era abbastanza corrente elettrica. Ogni volta che attaccavamo la strumentazione saltava tutto. Avevamo 35mila persone che sarebbero venute a vedere lo spettacolo e due piccole prese sgangherate. Finì che ci attaccammo alle linee elettriche del tram con dei cavi raffazzonati! Un'altra volta arrivai a Brasilia mi dissero che sfortunatamente non c'erano camion grandi abbastanza per contenere e trasportare la strumentazione. Ma non dovevamo preoccuparci, avevano organizzato tutto: fuori c'erano... trenta buoi e carrette! Eravamo i primi a suonare lì... Era come essere dei pionieri. Sia i musicisti che il pubblico erano dei pionieri".
Rick Wakeman: quando anche i ricordi diventano musica.

 

© Fabrizio Coli – Corriere del Ticino